Il canto a tenore, la voce arcaica della Sardegna


L’Accademia — Cagliari · Storia della Sardegna · 5 min di lettura


Nel 1995 un musicista inglese molto famoso, ex cantante dei Genesis, ascolta una registrazione che gli arriva dalla Sardegna: quattro uomini in cerchio, nessuno strumento, solo voci che sembrano venire dalla terra più che dalla gola, si fanno chiamare i Tenores. Quel musicista è Peter Gabriel, e quello che ha ascoltato è un gruppo di Bitti, un paese della Barbagia. Qualche mese dopo li invita nei suoi studi Real World in Inghilterra e produce personalmente il loro disco. Non è l’unico grande nome rimasto folgorato: anche Frank Zappa ascolta il canto a tenore e lo definisce, a modo suo, “musica bovina”, un complimento, detto da lui.


Il canto a tenore non è una canzone, è un modo di cantare in quattro. Le voci si chiamano bassu, contra, boche e mesu boche: il bassu è la nota profonda e gutturale, quasi un verso di bue; la contra intreccia un suono che ricorda il belato di una pecora; la mesu boche si avvicina al verso di un agnello. Sopra a tutto questo, sa boche, la voce solista, canta la poesia, spesso in lingua sarda, non in italiano, mentre il resto del gruppo forma un coro che sembra un unico strumento a fiato. Si canta stretti in cerchio, spalla a spalla, per sentire le vibrazioni reciproche più che per guardarsi.

Le quattro voci del tenore

boche la voce solista, canta la poesia e guida il ritmo
mesu boche la “mezza voce”, si avvicina al verso di un agnello
contra intreccia un suono simile al belato di una pecora
bassu la nota più profonda e gutturale, come un verso di bue


Nessuno sa con certezza quando sia nato. Alcuni studiosi lo collegano ai riti delle antiche comunità pastorali dell’isola, e il paragone con i versi degli animali non è un caso: per secoli questo canto ha accompagnato la vita nei pascoli della Barbagia, tra un lavoro e l’altro, nei bar di paese chiamati “sos zilleris” o durante il carnevale barbaricino. Nel 2005 l’UNESCO lo proclama Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, e nel 2008 entra nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale — lo stesso riconoscimento che tutela tradizioni come il tango argentino o la dieta mediterranea.

Storie come questa fanno parte di quello che raccontiamo durante i corsi in presenza a Cagliari: non solo grammatica, ma la cultura che sta dietro alla lingua.

Scopri i corsi in presenza →


Per chi studia italiano, il canto a tenore è anche un promemoria interessante: la Sardegna non ha una sola lingua. Il sardo, con le sue varianti logudorese, campidanese e altre, è una lingua a sé, riconosciuta come minoranza linguistica, diversa dall’italiano che insegniamo a scuola. Ascoltare un canto a tenore vuol dire quindi ascoltare un’altra lingua dell’isola, non un dialetto dell’italiano: un buon punto di partenza per capire quanto sia varia, dal punto di vista linguistico, l’Italia che stai imparando a conoscere.

🎶 Continua ad ascoltare l’italiano cantato

Se ti piace imparare la lingua attraverso la musica, il nostro ebook propone 10 canzoni italiane con attività pensate per chi studia la lingua.

Scopri l’ebook “L’italiano che si canta” →


Se un giorno visiti la Barbagia, a Bitti trovi un museo multimediale dedicato interamente al canto a tenore, dove puoi ascoltare le singole voci separate e capire come si intrecciano. E se non hai la possibilità di andarci di persona, ti basta cercare online un video dei Tenores di Bitti: chiudi gli occhi per un minuto e prova ad ascoltare solo il bassu, poi solo la contra. È un esercizio d’ascolto che vale per qualunque lingua tu stia imparando, non solo per l’italiano.

html

Hai ascoltato un canto a tenore?

Raccontaci cosa ti ha colpito di più — il suono del bassu, il cerchio, la lingua sarda — o fai qualunque altra domanda sui corsi.

Contattaci qui →

“Sardus_Italia“